Due idee per evitare un’altra guerra tra Europa e America

Non c’è bisogno di rivangare la vecchia metafora planetaria per spiegare che un fossato di natura, spirito e impostazione politica divide l’America dall’Europa. Su Marte ci si industria con pragmatismo e senso di realtà tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra, mentre gli abitanti di Venere si perdono con voluttà in areopaghi collegiali e burocrazie di ogni sorta finché non si scontrano a muso duro con la crisi; è allora che invocano il deus ex machina della tecnocrazia.
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Non c’è bisogno di rivangare la vecchia metafora planetaria per spiegare che un fossato di natura, spirito e impostazione politica divide l’America dall’Europa. Su Marte ci si industria con pragmatismo e senso di realtà tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra, mentre gli abitanti di Venere si perdono con voluttà in areopaghi collegiali e burocrazie di ogni sorta finché non si scontrano a muso duro con la crisi; è allora che invocano il deus ex machina della tecnocrazia. In termini economici, significa che di fronte alla tempesta Washington non teme di lanciare un salvagente da centinaia e migliaia di miliardi di dollari, mentre a Berlino ci si appella all’austerità, ai “compiti a casa” di Angela Merkel, alla cinghia stretta e ci si aggrappa con tutte le forze allo statuto di una Banca centrale disegnato per scongiurare ogni tentazione interventista. Ma che anche lo spirito americano, intimorito dalle eurosofferenze, sia tentato di vacillare, lo spiega al Foglio l’economista Uri Dadush, ex direttore della sezione sui commerci della Banca mondiale e direttore del centro di economia internazionale del Carnegie Endowment for International Peace. “La posizione degli Stati Uniti in questa crisi è quella dello struzzo – dice al Foglio – L’Amministrazione sta mettendo la testa sotto la sabbia e nega ogni possibilità di intervento. Molti alla Casa Bianca colgono i termini di questa crisi che riguarda anche l’America, ma non vogliono prendersi ulteriori rischi. Obama ha detto chiaramente che la questione europea se la devono sbrigare gli europei. Se Germania e Francia non si prendono rischi, perché gli americani dovrebbero? In questo momento Washington ragiona come Pechino, anche se i cinesi hanno un processo decisionale molto più veloce ed efficace, al di là del merito”.

Dadush ha parlato di crisi europea nel suo “Paradigm Lost: the Euro in Crisis”, volume descrittivo e prescrittivo nel quale indica la mancanza di competitività industriale come una delle cause fondamentali della crisi europea. Il punto oscuro riguarda invece la ricetta per uscire dalla crisi, ed è qui che il divorzio fra l’America del bailout e l’Europa della cinghia teutonica diventa un assunto filosofico le cui conseguenze vanno scandagliate nel dettaglio. “Bisogna stare attenti – dice Dadush – perché i numeri dicono che entrambe le Banche centrali, la Fed e la Bce, hanno reagito in modo simile: entrambe stanno immettendo moneta, anche se con strumenti e tassi diversi, e stanno aiutando le banche. Entrambe acquistano (anche qui in modo diverso) buoni del Tesoro. Certo, la Bce non compra i buoni dei singoli stati, così come la Fed non compra il debito della California, ché sarebbe insostenibile. Da un certo punto di vista, la Bce è anche più audace della sua controparte americana, nel senso che acquista titoli estremamente rischiosi, ad esempio i collateral greci. La filosofia europea non è orientata alla crescita e alla competitività e questo è uno dei motivi che hanno scatenato la crisi”.

Eppure dall’America, dall’Inghilterra, dalla Francia e da altri paesi europei, Germania esclusa, arrivano da mesi le richieste di una radicale riforma della Bce, in modo che diventi il prestatore di ultima istanza in grado di difendere la moneta dalla speculazione dei mercati. Paul Krugman e i keynesiani ne hanno fatto una bandiera. “La situazione europea è troppo complessa per una soluzione del genere, che non sarebbe politicamente sostenibile. Vorrebbe dire che Francoforte o Berlino a quel punto detterebbero di diritto la linea economica di ogni singolo paese dell’Eurozona. La Bce al momento non ha una struttura adeguata per mettersi sulla strada di una riforma radicale”.

Dadush è uno degli economisti che sostiene che il Fondo monetario internazionale è l’unica struttura in grado di coordinare un salvataggio, e illustra due scenari possibili: “Il primo è il collasso dell’euro, un disastro che nessuno vuole, soprattutto gli Stati Uniti. Il secondo è un salvataggio coordinato. E qui faccio una distinzione fra quello che auspico e quello che vedo. L’auspicio è un intervento massiccio del Fmi, con un’espansione seria delle risorse. Succederà? Per ora non la vedo come una soluzione realistica, ma lascio aperta la possibilità, perché credo sia l’unica praticabile. La domanda sul modo in cui si potrà risolvere la crisi europea è fondamentale e la risposta al momento imponderabile, ma quel che è certo è che tassi al sette per cento come quelli sui titoli italiani sono insostenibili nel lungo periodo”, spiega Dadush, e il ragionamento s’accorda con la richiesta del Fmi di un nuovo finanziamento da 600 miliardi di dollari per contenere i danni della crisi europea.

Rimane il problema politico di un organo controllato dall’America, dove la necessità di difendersi dai venti della crisi europea si incrocia con le tentazioni dell’isolamento. Dadush parla di un “ripiegamento dell’America su se stessa”, una posizione di distacco che non è in contraddizione con i tratti di un’Amministrazione pragmatica e di un Congresso farraginoso. “La forza centripeta dell’America si vede non soltanto nella gestione della crisi europea, ma anche ad esempio nella primavera araba, movimento sostenuto con enfasi a livello politico ma al quale l’America ha contribuito ben poco in termini monetari. Non parlerei di declino americano, ma di una sostanziale incapacità di Washington di influenzare gli avvenimenti economici più importanti a livello globale”.